Nel 2025 aumentano intimidazioni, aggressioni e SLAPP contro chi fa informazione. L’8 marzo è anche l’occasione per riflettere sulle minacce rivolte alle giornaliste.
Nel 2025 le minacce ai giornalisti in Italia sono aumentate del 31% rispetto all’anno precedente. In questo scenario le giornaliste tra i bersagli più esposti, spesso colpite da insulti sessisti, campagne d’odio online e anche querele temerarie, a scopo intimidatorio, che spesso non sono oggetto di denuncia.
L’8 marzo non è solo una ricorrenza, ma un monito: la libertà di informazione in Italia passa sempre più spesso per il coraggio di donne che rifiutano di farsi intimidire. Mentre i dati ufficiali secondo l’osservatorio Ossigeno per l’informazione registrano nel 2025 un aumento, le testimonianze dirette dalle redazioni locali svelano una realtà ancora più subdola, fatta di supponenza e offese che prendono spesso di mira specificamente le colleghe giornaliste più giovani. In un clima dove il genere diventa un pretesto per l’aggressione verbale, la risposta professionale resta una sola: continuare a raccontare la verità a testa alta.
Il quadro delle intimidazioni ai giornalisti nel 2025
Nel I semestre 2025 (Ossigeno per l’informazione) rileva 361 giornalisti minacciati su 107 episodi, con un incremento del 78% dei minacciati rispetto al I semestre 2024 (203).
Per l’intero anno 2025, lo stesso osservatorio indica 677 minacciati (incremento +31% rispetto al 2024) e segnala un aumento delle “azioni intimidatorie più condizionanti e invasive” e il peso delle SLAPP (querele/cause strumentali da parte di personaggi pubblici o aziende). Sono tre le “macro famiglie” di pressioni:
1) intimidazione verbale/simbolica (avvertimenti, scritte, campagne d’odio),
2) violenza fisica/ostruzione (aggressioni, impedimenti sul campo),
3) abuso del diritto (querele/cause e, più in generale, SLAPP).
Il quadro è confermato anche da altre fonti, come la Federazione Nazionale della Stampa Italiana e la Direzione Centrale della Polizia Criminale, che segnalano per il 2025 un netto aumento dei casi di minacce.
Gli ultimi episodi in Emilia Romagna
Anche in Emilia-Romagna il fenomeno segue la tendenza nazionale, con diversi episodi di intimidazione registrati negli ultimi mesi. È il caso avvenuto pochi giorni fa a Bologna che ha coinvolto due croniste del Resto del Carlino. Una è stata additata pubblicamente durante una conferenza stampa dagli attivisti, mentre un’altra è stata attaccata sui social per le cronache su una protesta contro il taglio di alberi destinati a far spazio a un museo nel quartiere Pilastro. Altro episodio a Modena qualche mese fa, dove una giornalista di un’emittente locale è stata oggetto di minacce gravissime ed è stata aggredita verbalmente mentre documentava l’ennesimo episodio di violenza nei pressi della stazione delle corriere.

Le giornaliste sono poco propense alla denuncia
Nello stesso perimetro temporale, Ossigeno per l’Informazione sintetizza che fra le forme più frequenti contro le giornaliste ricorrono insulti sessisti, violenze fisiche e verbali e minacce social, a cui si aggiungono SLAPP (azioni legali strategiche utilizzate per intimidire o scoraggiare il lavoro giornalistico attraverso cause civili o penali spesso sproporzionate).
Nello specifico si stima che le minacce di genere (attacchi motivati anche dal fatto di essere donna) siano 18% (in calo rispetto al 36% del I semestre 2024), e aggiunge che la tendenza alla non denuncia è elevata, quindi quest’ultimo è un dato che apre un’altra questione: perché le colleghe sono propense alla non denuncia?
Il recente episodio a Bologna evidenzia come nella cronaca locale esistono dinamiche che spesso sfuggono a chi osserva dall’esterno ma che, per chi le vive, assumono contorni molto concreti. Una cronista con vent’anni di esperienza sul campo racconta come, in alcune occasioni, si attivi una vera e propria psicologia della folla:persone che individualmente manterrebbero toni civili, una volta riunite arrivano a circondare fisicamente o simbolicamente una giornalista, mettendola “in mezzo”, indicandola davanti a tutti e trasformando il dissenso in un accerchiamento pubblico.
«Raccontare la verità, anche quando a qualcuno non fa piacere, e andare avanti a testa alta. È l’unica cosa che il lettore ci chiede: essere onesti. Non è per paura che si possono cambiare i fatti»
Azioni che, da parte di ambienti antagonisti o gruppi di pressione locale, vengono spesso minimizzate come semplici “opinioni”, ma che per chi le subisce superano il limite della dialettica democratica e assumono il peso di una pressione collettiva. Di fronte a queste situazioni, il sentimento che accomuna molte professioniste della cronaca – anche all’interno di storiche testate locali – è però la determinazione a non farsi intimidire: andare avanti a testa alta, rifiutando di sposare cause per paura e mantenendo l’onestà verso il lettore come unica bussola del proprio lavoro, nonostante querele, attacchi personali e tentativi di delegittimazione.
La stessa determinazione che sentiamo di condividere e di rivolgere anche a tutte le colleghe che fanno parte di quella fetta di donne che, secondo Ossigeno per l’Informazione, scelgono di non denunciare. Perché ogni intimidazione che resta nel silenzio non è solo una ferita personale, ma un pezzo di libertà di informazione che si indebolisce — e con essa la possibilità per una comunità di conoscere davvero i fatti che la riguardano.
Dora Carapellese
Presidente CPO ASER