

Venerdì 13 marzo 2026 alle ore 11.30, in via San Giorgio 6, l’Associazione della stampa Emilia-Romagna deporrà un fiore alla lapide che ricorda il terribile attentato del 1979 alla sede dell’Associazione, che allora si chiamava Asem e rappresentava anche i colleghi marchigiani. In quella azione vigliacca per fare tacere la stampa e imbavagliare la democrazia un gruppo di terroristi, i “Gatti Selvaggi”, attentarono alla vita di due persone, miracolosamente scampate all’attentato, e causarono la morte di una terza, Graziella Fava. Alla commemorazione, a fianco del figlio di Graziella, Emilio Baravelli, saranno presenti delegazioni di Aser, Ordine, Comune di Bologna e Regione che, due anni fa, nel 45° anniversario del barbaro assalto posarono la lapide.
Anniversari come questo devono servire anche a ricordare che la libertà di informazione e di stampa è un baluardo da difendere. Senza incertezze. Sono troppe le insidie, le minacce, le querele pretestuose e i tentativi di delegittimazione che vogliono mettere un bavaglio a chi deve informare gli italiani. Come ha detto in più occasioni il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella: «I giornalisti non possono essere soggetti a vessazioni, intimidazioni o violazioni della loro libertà. Ne va di quella di tutti».
Saranno presenti, insieme alla famiglia di Graziella Fava, e ai vertici di Aser e Ordine dei giornalisti, l’assessora alla Legalità della Regione Emilia-Romagna, Elena Mazzoni, la delegata del Sindaco alla Legalità democratica e lotta alle mafie e memoria del Comune e Città Metropoliana di Bologna, Giulia Sarti.
Nella foto principale, la celebrazione dello scorso anno, alla quale partecipò anche la segretaria generale della Fnsi, Alessandra Costante (quarta da sinistra), Graziella Fava e un particolare della lapide.
Ancora impunito quel vile attentato per fare tacere i giornalisti
L’articolo 21 della Costituzione è un baluardo dell’italica democrazia. Stabilisce che tutti abbiano il diritto di manifestare e diffondere il proprio pensiero e, di riflesso, riconosce ai cittadini il diritto a essere informati. Sembra un’ovvietà: invece fu una conquista epocale, dopo un ventennio fascista di repressioni, censura e sangue. Fare il giornalista non è mai stato facile. Nemmeno in età repubblicana. La stampa è nel mirino. Spesso non solo in senso figurato, come conferma la ventina di colleghi sotto scorta in seguito a reiterate e concrete minacce.
La «caccia al giornalista» ha radici profonde. Pure nella nostra regione. Il 13 marzo del 1979 a Bologna furono compiuti attentati alla sede dell’associazione stampa e alle abitazioni di due cronisti. E ci fu un morto: Graziella Fava.
Erano i cosiddetti “Anni di piombo”: l’Italia si trovò a fare i conti con l’eversione e il terrorismo. Le armi avevano preso il posto della dialettica politica. Brigate Rosse, Prima linea, Proletari armati per il comunismo all’estrema sinistra e Ordine nuovo e Nuclei armati rivoluzionari all’estrema destra provocavano paura e morti. Le maggiori tensioni erano nelle grandi città industriali del Nord. Bologna divenne presto crocevia del terrore. Nel 1977, in città, il clima era quanto mai teso: venne processato Renato Curcio, uno dei fondatori delle Br. Dopo il ’68, i movimenti studenteschi erano in fermento e ci fu chi scelse la lotta armata. Fra questi Barbara Azzaroni, ex maestra d’asilo bolognese. Già dirigente nazionale delle Formazioni comuniste combattenti, confluì poi in Prima linea con il nome di battaglia di «Carla». Morì in uno scontro a fuoco con la polizia all’interno di un bar di Torino. Era il 28 febbraio 1979. Il desiderio di vendicare quello che il mondo dell’eversione definiva «omicidio di Stato» scatenò azioni ovunque. A Bologna i Gatti selvaggi (neonata formazione di estrema sinistra) effettuarono attentati incendiari ai danni delle abitazioni di un’ispettrice di polizia e di un appuntato dei carabinieri. Dopo le forze dell’ordine, toccò ai giornalisti.
Verso le 5 del pomeriggio del 13 marzo, la sede dell’Aser, all’epoca Asem (Associazione stampa Emilia-Romagna e Marche), fu presa di mira da un commando di tre persone. Due uomini e una donna, armati e incappucciati, attaccarono il sindacato, “simbolo” della libertà di stampa e d’espressione. Dopo aver bloccato e derubato un dipendente e la vedova di un giornalista entrata per chiedere informazioni, trafugarono documenti e fecero esplodere una bomba al fosforo. Le fiamme divamparono rapidamente. Le due persone che erano state imprigionate in uno stanzino riuscirono miracolosamente a salvarsi, ma il fumo aveva ormai invaso i piani superiori dello stabile rendendo l’aria irrespirabile: Graziella Fava accudiva una 82enne e a quell’ora avrebbe dovuto rincasare. Scelse di restare al suo fianco. L’anziana rimase gravemente intossicata. Graziella Fava venne invece trovata cadavere solo ore dopo, sul ballatoio.
Nel frattempo, i Gatti selvaggi avevano rivendicato il gesto con una telefonata al «Resto del Carlino». Poco più tardi la rappresaglia contro «l’informazione di regime» per la sua «funzione controrivoluzionaria», come si lesse poi in un volantino, interessò le abitazioni di Eneide Onofri (giornalista dell’«Avanti!») e di Gianluigi Degli Esposti («il Resto del Carlino») definiti «pennivendoli di Stato, esecutori delle falsificazioni di regime». Per fortuna, i rudimentali ordigni provocarono solo danni materiali.
L’indomani, la notizia della morte di Graziella Fava incrinò la compattezza delle frange dell’estrema sinistra. Ci fu chi parlò di «danno collaterale» nel corso di una «giusta azione». Ma il caso della proletaria uccisa per mano di chi rivendicava il diritto di condurre una lotta proletaria creò fratture non sanabili: troppi i distinguo. Al punto che Mucchio selvaggio, considerato a Bologna il gruppo più oltranzista del movimento extraparlamentare di sinistra, prese le distanze dai Gatti selvaggi, pur non condannando l’azione terroristica.
Il 16 marzo, primo anniversario dell’agguato di via Fani e del sequestro di Aldo Moro, Bologna si fermò per dare l’ultimo saluto a Graziella Fava. Ai funerali – fu scritto – parteciparono 30mila persone. Alla vittima innocente del terrorismo sono stati intitolati un giardino e un asilo, l’anno scorso anche un monumento al centro di quel giardino, ma la città ha ancora un debito verso Graziella Fava. Il più grande: l’individuazione degli autori dell’attentato.
Paolo Maria Amadasi