“Non voglio fare nomi, ma conosco cooperative che vendono 5 mila copie e ricevono contributi di 3 milioni di euro dallo Stato. Questo è sbagliato e lo è ancora di più per un Paese alle pezze come il nostro”. Lo ha detto Carlo De Benedetti ieri a Pisa a margine di una tavola rotonda alla Scuola superiore Sant’Anna nell’ambito dell’internet festival parlando del finanziamento pubblico ai giornali. “Noi – ha aggiunto l’editore del gruppo l’Espresso – non riceviamo un soldo dallo Stato e credo che sarebbe giusto che ciò accadesse anche agli altri. Penso che i partiti dovrebbero finanziarsi da soli i propri giornali, mentre le cooperative dovrebbero riuscire a stare sul mercato”. Infine, De Benedetti ha sottolineato che “giornali cartacei e online non sono alternativi e che anche in questo caso è il mercato a fare la differenza: per chi, come nel caso di Repubblica.it, il sito più visitato in Italia, ha numeri importanti non c’è un problema di reperimento pubblicitario”. “Continuare a parlare di contributi statali – ha concluso – è una battaglia di retroguardia. In Italia ci sono già le leggi che disciplinano le concentrazioni editoriali e non esiste un problema di pluralismo”.
“In relazione a quanto sostenuto dall’editore del Gruppo Espresso, Carlo De Benedetti, nel corso del dibattito al Festival di Pisa relativamente al presunto spreco di soldi pubblici per l’editoria, il Sindacato dei giornalisti sostiene, al contrario, che per il pluralismo, per un’occupazione professionale e regolare, i soldi pubblici non
sono mai uno spreco”. Lo sostiene la Fnsi in una nota. “Questi problemi non possono essere risolti solo con le grandi imprese o da capitani d’industria privata. In molte realtà, giornali in cooperativa, espressione di filoni politici e culturali, di minoranze linguistiche e degli italiani all’estero – continua il sindacato dei giornalisti -, sono assolutamente di interesse pubblico ed hanno il diritto di sopravvivere anche perché non hanno dietro di loro un reale mercato pubblicitario che possa sostenerli. La ‘pulizià già decisa, in concorso con le parti sociali sui criteri delle erogazioni, va in questa direzione. Nel momento della grande crisi che ha coinvolto anche l’editoria è impensabile immaginare interventi pubblici solo per alcuni e non considerare i più
deboli che non possono ragionare solo con la stretta logica del profitto. Il pluralismo è un bene assoluto che va preservato ai fini di un equilibrio di sistema che tocca allo Stato garantire”.